Anche questa settimana il mercato italiano del rottame è rimasto in gran parte invariato in termini di prezzi, complice la quasi assenza di contratti di acquisto da parte delle acciaierie che sono ancora in attesa di una maggior chiarezza nello scenario internazionale.
Al momento, infatti, l’elevata volatilità dei prezzi di gas ed energia causata dal conflitto in corso in Medio Oriente sta generando grande incertezza per i produttori siderurgici italiani, per i quali diventa molto complesso valutare l’incidenza di tali costi sulla produzione. Ad aggravare ulteriormente la situazione troviamo una domanda di acciai finiti prevalentemente scarsa e basata solo su necessità puntuali dei clienti finali, la quale non è sufficiente a muovere la ripresa del mercato.
«Nonostante i costi siano in aumento il rottame resta stabile, e il motivo è che non c’è domanda. Ma è naturale, se manca la domanda di finito si riduce anche quella di rottame», ha dichiarato il funzionario di un’importante acciaieria italiana. «Possiamo provare ad aumentare i prezzi dei prodotti, ma se il mercato non dà sostegno, servirà a ben poco. Dovremo solo aspettare la fine dei disordini per capire come muoverci. Serve molta cautela», ha concluso.
Anche un commerciante italiano di rottame condivide le stesse preoccupazioni: «I costi di trasporto ed energia sono aumentati anche per noi», ha affermato. «Tuttavia, siamo obbligati ad assorbirli internamente, perché i nostri clienti non sono disposti a pagarli. E li capisco, perché le commesse sono ferme, è evidente. La situazione è complessa, e sono convinto che si andrà a delineare uno scenario contrario a quella successiva allo scoppio della guerra in Ucraina: ci sarà un’impennata dei costi, ma non dei ricavi. […] A mio avviso, l’atteggiamento più corretto al momento è fermarsi e aspettare di capire meglio cosa succede», ha concluso.
Di conseguenza, il mercato italiano del rottame rimane stabile per mancanza di accordi concreti, una scarsa domanda e un sentiment generalmente attendista, influenzato anche dall’immobilità dei mercati internazionali, in particolare quello turco.