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Redshaw: nuova fase di pressione sui costi per i produttori siderurgici ad alte emissioni

lunedì, 13 aprile 2026 11:38:11 (GMT+3)   |   Istanbul

In questa intervista con Anıl Akalın, responsabile dei mercati ambientali e presidente per Turchia e GCC di Redshaw Advisors, abbiamo analizzato i primi cambiamenti concreti osservati tra gli importatori di acciaio dopo l’entrata in vigore del Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) dell’Unione europea e la relativa crisi nella condivisione dei dati. Akalın, che ha approfondito l’impatto dei costi del carbonio sui flussi commerciali globali, delinea inoltre le principali strategie di gestione del rischio finanziario per gli operatori del settore.

Con l’inizio della fase di obbligo finanziario del CBAM dell’UE, qual è stato il primo cambiamento tangibile sul mercato? Esiste un divario tra aspettative e realtà?

Il cambiamento più tangibile è l’esitazione da parte degli importatori. Questo perché le emissioni incorporate nelle importazioni del 2026 rappresentano una nuova passività finanziaria, ma molte aziende stanno ancora faticando a quantificarla. Nel tentativo di evitare quelli che appaiono come valori predefiniti penalizzanti, le imprese sono costrette a scegliere se vendere il proprio prodotto includendo il costo dei certificati CBAM calcolato al livello dei valori di default, al livello certificato, oppure rinviare del tutto le importazioni in attesa di chiarire come procedere. Naturalmente, questa incertezza ha aumentato l’urgenza nella raccolta dei dati sulle emissioni, nel coinvolgimento dei fornitori e nei processi interni di conformità, situazione aggravata dal fatto che i benchmark definitivi e i valori predefiniti sono stati pubblicati solo alla fine di dicembre 2025, lasciando pochissimo tempo per prepararsi.

In che modo le incertezze relative ai dati verificati sulle emissioni e ai benchmark creano difficoltà?

Sono emerse tre criticità principali:

• Carenza di dati verificati da parte dei fornitori: molte aziende saranno costrette a fare riferimento ai valori predefiniti, poiché le emissioni effettive devono essere sottoposte a verifica formale. Tuttavia, dal momento che i verificatori non sono ancora stati accreditati, questo passaggio non potrà essere completato prima della fine dell’anno. Inoltre, ottenere la collaborazione dei fornitori dopo che la transazione è già stata conclusa, consegnata e saldata può rivelarsi complesso. Le imprese che non riusciranno a rispettare le tempistiche di verifica previste dall’UE rischiano quindi di subire un impatto economico più penalizzante.

• Benchmark ancora provvisori e in fase di definizione: gestire il rischio legato al CBAM resta difficile finché l’Unione europea non fornisce in via definitiva la base di calcolo, ossia i benchmark rispetto ai quali gli importatori devono valutare il processo produttivo del materiale acquistato. I dati finali non sono ancora disponibili, anche se le indiscrezioni circolate finora consentono già di delineare con una certa precisione lo scenario atteso al momento della pubblicazione ufficiale.

• Maggiore esposizione ai valori di default: gli importatori verticalmente integrati partono da una posizione più favorevole rispetto ai trader, poiché possono generalmente contare sul fatto che le importazioni dei loro prodotti saranno infine associate a dati verificati sulle emissioni, oggi già relativamente prevedibili. Per tutti gli altri, invece, resta il rischio di dover fare i conti con valori di default elevati, con possibili ripercussioni sulla competitività fino a quando non sarà possibile disporre di dati certi sulle emissioni legate alla produzione.

In che modo la volatilità del prezzo dei certificati CBAM dell’UE incide sulle strategie di prezzo? Le aziende possono coprire questo rischio?

Il prezzo dei certificati CBAM dell’Unione europea è legato a quello delle EU Allowances (EUA), ossia le quote del sistema europeo di scambio delle emissioni (EU Emissions Trading Scheme EU ETS), ed è quindi soggetto a un’elevata volatilità, influenzata da fattori quali l’andamento dei mercati energetici, le evoluzioni normative e il quadro macroeconomico.

In assenza di strumenti di copertura, per le aziende diventa estremamente complesso definire prezzi sostenibili nei contratti di lungo termine e preservare margini prevedibili.

Le imprese hanno tuttavia la possibilità di proteggersi da questo rischio, e diversi grandi importatori hanno già iniziato a farlo attraverso l’acquisto di:

Virtual CBAM Certificates (VCCs): un prodotto registrato da Redshaw Advisors, studiato per replicare con precisione il costo dei certificati CBAM;

EU Allowances: che possono offrire una copertura abbastanza vicina al costo dei certificati CBAM, a condizione che vengano successivamente rivendute a un prezzo coerente con quello delle aste EUA e che il calcolo tenga conto del periodo di riferimento previsto per il prezzo dei certificati CBAM, ossia un trimestre nel 2026 o una determinata settimana dal 2027 in avanti.

Secondo l’analisi di Redshaw Advisors, le strategie di copertura a termine possono generare risparmi significativi: per un'importatore di acciaio, il beneficio lordo potrebbe arrivare fino al 47% su un orizzonte di dieci anni in caso di copertura dei costi CBAM dell'UE. Alla luce del fatto che il prezzo delle EU Allowances è ampiamente previsto in aumento nel tempo, per effetto della struttura stessa dell’EU ETS, appare dunque opportuno valutare anche strategie di copertura di più lungo periodo.

Il CBAM dell’UE ha riequilibrato la concorrenza o ha creato nuove pressioni sui costi?

L’impostazione del CBAM dell’UE è finalizzata ad allineare i costi del carbonio tra produttori europei e non europei. In concreto, il meccanismo contribuisce a ridurre il rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio e, almeno sul piano teorico, a riequilibrare le condizioni concorrenziali tra i produttori soggetti all’EU ETS e quelli extra-UE.

Allo stesso tempo, però, il CBAM introduce nuove pressioni sui costi per i produttori non europei caratterizzati da una maggiore intensità emissiva, in particolare per quelli che utilizzano il ciclo BF-BOF, nonché per gli importatori che non sono in grado di ottenere dati verificati sulle emissioni. A questo si aggiunge il peso degli adempimenti amministrativi e delle carenze informative, che tende a penalizzare soprattutto gli importatori di minori dimensioni, nonostante alcune semplificazioni previste dal sistema, come la soglia delle 50 tonnellate.

Secondo Akalın, il meccanismo non riesce inoltre a riequilibrare pienamente il contesto competitivo per i produttori europei. Qualora questi ultimi aumentino la produzione, infatti, sono tenuti ad acquistare il 100% delle EUA necessarie a coprire le relative emissioni, a meno che l’incremento produttivo non superi il 15% per almeno due anni.

In sintesi, il CBAM rappresenta un passo verso una maggiore equità sotto il profilo della concorrenza carbonica, ma comporterà anche un aumento dei costi per i consumatori europei dei beni interessati. Al tempo stesso, gli importatori più efficienti potrebbero beneficiare di margini straordinari, mentre i diversi livelli di preparazione e le disparità nella disponibilità dei dati continueranno a generare pressioni sui costi non uniformi tra gli operatori.

Quali sono le prospettive per lo spostamento dei prodotti ad alta intensità carbonica verso altri mercati?

Esiste un rischio concreto di riallocazione dei flussi commerciali, il cosiddetto resource shuffling. In pratica, i produttori che dispongono di linee a minori emissioni sono incentivati a destinare al mercato UE i prodotti a più basso contenuto di carbonio, anche sostenendo distanze di trasporto maggiori, mentre la produzione più emissiva tende a essere reindirizzata verso mercati non soggetti al CBAM, quindi verso Paesi extra-UE.

Alcuni modelli indicano già una possibile riduzione significativa delle importazioni europee di acciaio entro il 2034, soprattutto in scenari caratterizzati da prezzi del carbonio medi o elevati.

In questo contesto, il CBAM dell’UE si profila come un fattore destinato a ridisegnare i flussi commerciali globali. Non si esclude, inoltre, il rischio di un aumento delle emissioni complessive a livello mondiale, qualora la riorganizzazione degli scambi finisca per incentivare trasporti su tratte più lunghe.

Che cosa implica il contesto attuale per il percorso della Turchia verso l’introduzione di un proprio ETS?

L’entrata in vigore del CBAM europeo aumenta la pressione sulla Turchia affinché si doti rapidamente di un proprio sistema di scambio delle quote di emissione (ETS). Per Ankara, infatti, sarebbe più vantaggioso trattenere a livello nazionale il gettito legato al carbonio piuttosto che trasferirlo, di fatto, all’Unione europea.

Poiché il CBAM consente di detrarre il costo del carbonio già sostenuto nel Paese d’origine dalla nuova passività carbonica a carico degli importatori, l’introduzione di un ETS turco, basato sull’acquisto di quote di emissione dal governo, potrebbe alleggerire l’onere CBAM per gli esportatori turchi e, allo stesso tempo, mantenere all’interno del Paese le relative entrate.

Un ulteriore effetto del CBAM, meno immediato ma particolarmente rilevante, riguarda l’accelerazione dei sistemi di monitoraggio, rendicontazione e verifica delle emissioni nei Paesi che esportano verso l’UE beni soggetti al meccanismo. In assenza di tali strumenti, infatti, gli esportatori sono costretti a fare riferimento ai valori di default, con un conseguente aggravio dei costi.

Quale sarà, in prospettiva, l’impatto più rilevante del CBAM dell’UE sul settore siderurgico?

Tra tutti i comparti interessati, quello siderurgico è destinato a rimanere il più esposto agli effetti del CBAM europeo. Secondo un recente report di Fastmarkets, nei primi anni di applicazione del meccanismo l’acciaio dovrebbe rappresentare circa il 75% dell’intero ammontare delle passività CBAM dell’UE.

Le pressioni maggiori ricadranno sui produttori ad alta intensità emissiva, in particolare su quelli che operano con il ciclo BF-BOF, destinati ad affrontare gli incrementi di costo più significativi. Uno scenario che, con ogni probabilità, rafforzerà ulteriormente la spinta verso tecnologie produttive meno emissive, come i cicli DRI-EAF e scrap-EAF.

Il CBAM è inoltre destinato a incidere in modo marcato sui flussi commerciali. Secondo le proiezioni disponibili, entro il 2034 le importazioni europee di acciaio dagli attuali paesi fornitori potrebbero ridursi del 24%.

Nel medio termine, infine, il meccanismo europeo, insieme alla progressiva eliminazione delle quote gratuite per la produzione siderurgica all’interno dell’Unione, dovrebbe accelerare sensibilmente la decarbonizzazione dell’intera filiera dell’acciaio. Le ricadute interesseranno non solo la produzione a monte, ma anche i costi a valle e le strategie di approvvigionamento in Europa.


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