Secondo il centro studi belga Sandbag, il Meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera (CBAM) avrà un effetto solo marginale sulle esportazioni statunitensi. Nel 2034, quando il CBAM entrerà pienamente in vigore, gli esportatori americani dovranno sostenere oneri annui per 351 milioni di euro, pari ad appena lo 0,14% dei 242 miliardi di euro di export statunitense verso l’Unione Europea registrati nel 2023.
Tenendo conto degli effetti di traslazione dei prezzi, l’onere netto scende a 160 milioni di euro, ovvero lo 0,07% del totale delle esportazioni, confermando che il CBAM non rappresenterà un punto di svolta per i rapporti commerciali complessivi tra Unione Europea e Stati Uniti.
Ripartizione settoriale
Il report evidenzia che i costi del CBAM si concentrano in pochi comparti:
- Ferro e acciaio: circa 215 milioni di euro annui
- Fertilizzanti: circa 130 milioni di euro
- Alluminio: leggero beneficio netto di 3 milioni di euro grazie a un maggiore contenuto di rottame e a una minore intensità emissiva
- Cemento: esposizione trascurabile
Questi valori contrastano nettamente con i costi sostenuti dai produttori europei nell’ambito del sistema di scambio delle quote di emissione (ETS), pari a 26-30 €/t per l’acciaio laminato e a 36 €/t per l’alluminio. Al contrario, gli esportatori statunitensi ottengono un vantaggio di 19-20 €/t sull’acciaio e di 62-105 €/t sull’alluminio, evidenziando la maggiore competitività delle rotte produttive a basse emissioni degli USA.
Scenari di policy ipotizzati
Sandbag ha modellato tre possibili risposte statunitensi al CBAM:
- Business as usual: gli esportatori pagano per intero i costi CBAM sulla base dell’intensità emissiva.
- Resource shuffling: priorità all’export verso l’UE delle produzioni più pulite (acciaio EAF, alluminio da rottame), riducendo le emissioni dichiarate.
- Carbon pricing domestico: introduzione negli USA di un prezzo del carbonio pari al 25%, 50% o 75% del prezzo europeo. Con un livello al 50% (40 €/t), i costi CBAM scenderebbero a 175 milioni di euro e i costi netti diventerebbero negativi (-16 milioni di euro) grazie agli effetti di prezzo di mercato.
Possibile estensione del perimetro CBAM
Lo studio analizza anche un’eventuale estensione del meccanismo, che potrebbe includere precursori come coke, calce e allumina, oppure prodotti downstream come componenti auto, chimica ed emissioni indirette. In questo scenario, le tariffe CBAM per gli esportatori USA salirebbero a 1,2 miliardi di euro l’anno.
Tuttavia, con un prezzo domestico del carbonio pari al 50% di quello europeo, i costi netti si trasformerebbero nuovamente in un beneficio (-112 milioni di euro), rendendo di fatto il CBAM un vantaggio netto per gli Stati Uniti.