Mercato italiano della ghisa: si naviga a vista intorno allo “zero” assoluto

giovedì, 27 novembre 2008 13:04:36 (GMT+3)   |  
Un mercato difficile, quello della ghisa. Non tanto, o non solo, per i prezzi, che anzi seguono ormai da mesi una curva discendente, quanto perché stiamo parlando di un «non mercato». Insomma, un «non mercato» difficile, per dirla più correttamente: nelle ultime settimane non sono stati registrati movimenti «fisici» nè transazioni di merce. Diventa dunque quasi impossibile stilare un range di prezzi per il materiale in questione. Secondo alcune fonti, gli unici prezzi disponibili sarebbero quelli «teorici» forniti dalle associazioni di commercianti, mentre non sarebbe possibile parlare di alcun prezzo reale in assenza di qualsiasi transazione effettiva, o quasi. La ghisa da affinazione, in verità, ha registrato la conclusione di qualche contratto nelle scorse settimane, e sono proprio queste le transazioni che hanno determinato il trend ribassista: dagli 800 $/t di luglio ai 250 $/t attuali; SteelOrbis ha appreso di offerte all'Italia da parte di commercianti internazionali al livello di 300-315 $/t CFR, che tuttavia non sono state accettate dagli acquirenti. Una caduta verticale, e per lo più inattesa: certo, ci si aspettava un ridimensionamento nella domanda e nei prezzi, ma nessuno si attendeva niente di tanto repentino. Stiamo vivendo una situazione in cui le attività di mercato reale sono estremamente ridotte, ma sono proprio quelle poche a “fare la storia”. E in maniera radicalmente diversa rispetto alle previsioni: a fronte del crollo delle quotazioni, infatti, non è stato riscontrato un adeguamento nei costi di produzione, che richiede esborsi addirittura più elevati di quelli che i produttori sono disposte a pagare per i loro acquisti. La conseguenza? Inevitabile. La maggior parte delle attività ha temporaneamente chiuso: in Brasile almeno il 70% delle imprese ha tagliato la produzione del 50%, in Ucraina e in Russia la gran parte. In Italia blocchi temporanei di un mese e mezzo sono già iniziati e saranno presto seguiti da quelli dei produttori europei che si fermeranno per cinque settimane. In generale si sta riscontrando un restringimento nel mercato reale dei prodotti da acciaieria e i produttori si trovano a pagare, per le materie prime, prezzi più elevati rispetto a quelli a cui vendono la ghisa. Una situazione difficile, che per di più fatica a riprendersi a causa dell’assenza diffusa di movimenti, sia a livello nazionale che mondiale, se non si considerano le transazioni concluse e l’aumento del prezzo del rottame nel mercato turco. Secondo alcuni operatori, tuttavia, questi ultimi non sarebbero altro che “movimenti di assestamento” che potremo considerare effettivi solo se li ritroveremo tali e quali alle riaperture di gennaio (come volevasi dimostrare, infatti, il prezzo del rottame in Turchia è sceso nel corso dell'ultima settimana e non sono state registrate transazioni reali di acquisto). Il mercato della ghisa continua a vivere in una situazione di ansia generalizzata, che tuttavia non ha esasperato le reazioni di fronte agli ingenti ribassi: le acciaierie si sono limitate a comprare solo il necessario. Per quanto riguarda le fonderie non si è ancora giunti al livello più basso del mercato, e certamente resta ancora spazio alla discesa dei prezzi. Stilare ipotesi per il 2009, dunque, è impresa ardua quanto trovare il proverbiale ago nel pagliaio. Secondo alcune fonti, in ogni caso, sembrerebbe certo o quasi il perdurare della situazione a tinte fosche almeno per i primi sei mesi del prossimo anno; l’unica consolazione, seppur magra, sarebbe il fatto che, uscendo tutti gli attori del mercato da una situazione più che florida, risulterebbe auspicabile una certa solidità nelle strutture che le aiuti ad affrontare l’attuale periodo di difficoltà. Il fondo del barile, per quanto riguarda la ghisa da affinazione, dovrebbe già essere stato raschiato e pare difficile che i prezzi possano diminuire ulteriormente, anche se alcuni operatori, esasperati dall’attesa del “fondo del barile” – che sembrava essere stato raggiunto già due mesi e mezzo fa – si astengono sconfortati da ogni previsione. Una risposta soddisfacente, secondo altri, potranno fornirla le quotazioni delle materie prime, su tutte il coke e il minerale di ferro, anche se non si tratta di operazioni immediate: se le quotazioni del minerale ferroso e del coke scendessero, come auspicato, rispettivamente al livello di 70 $/t e 300-350 $/t, allora sì, ci sarebbe ancora un certo margine di discesa. Voci diverse sostengono che il recupero per le fonderie potrebbe essere più lento e difficoltoso rispetto allo scenario che si prospetta per le acciaierie, “avvantaggiate” dal fatto di lavorare su una produzione propria, mentre le fonderie si occupano di trasformazione. Naturalmente, su un tale sfondo, non mancano le aspettative, prima su tutte la succitata diminuzione nei prezzi delle materie prime, desiderio che sul momento sembrerebbe irrealizzabile in quanto i produttori di coke e minerale di ferro non parrebbero disposti ad andare tanto al ribasso, nonostante attualmente non siano osservate negoziazioni reali di materie prime. Certo è che il mercato lo fa, sempre e da sempre, la domanda: i prezzi, dunque, avranno un rimbalzo inevitabile quando la domanda riprenderà, seppur in misura limitata. La pazienza, come sempre, è la migliore consigliera: da gennaio in poi dovrebbe essere più semplice stilare previsioni maggiormente accurate sul futuro del mercato. Che sia in un senso o nell’altro, la chiarezza resta la chimera più anelata.

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