In occasione del convegno autunnale di Assofermet, “Mercati a rischio e potenzialità delle imprese”, SteelOrbis ha intervistato Cinzia Vezzosi, presidente dell'associazione, sui principali fattori che stanno mettendo sotto pressione la filiera italiana ed europea dei metalli: dal rischio di deindustrializzazione alle nuove misure commerciali, dalla compressione dei margini alla regionalizzazione delle supply chain, fino al futuro dell'export europeo di rottame.
Nel corso del convegno Vezzosi aveva indicato nella rapidità di reazione uno dei principali punti di forza delle PMI italiane, capaci di affrontare i cambiamenti «in mesi e non anni». Ma, come emerge dall'intervista, la capacità di adattamento delle imprese rischia oggi di non essere più sufficiente di fronte a un quadro caratterizzato da costi crescenti, maggiore rigidità normativa e una domanda che resta debole.
A febbraio, in occasione del Southern Europe Meeting di EUROMETAL, aveva parlato di un rischio di deindustrializzazione “sistemico” e della necessità di riportare la competitività al centro delle politiche europee. A distanza di alcuni mesi, vede segnali di un'inversione di tendenza?
Purtroppo no. Direi anzi che il processo di deindustrializzazione e delocalizzazione è oggi in una fase ancora più avanzata. L'introduzione di quella che definiamo, anche se in modo forse improprio, la “nuova salvaguardia”, con il dimezzamento dei contingenti e il raddoppio del dazio fuori quota, ha ridotto ulteriormente il margine di manovra delle imprese. Questo limita anche la loro capacità di essere competitive sul mercato interno e, di conseguenza, sui mercati internazionali. Non vedo quindi un'inversione di tendenza, ma piuttosto un aggravamento della situazione.
Le imprese italiane hanno dimostrato negli ultimi anni una notevole capacità di adattamento. Ma tra dazi, geopolitica, logistica, energia e nuovi obblighi europei, siamo arrivati al punto in cui questa capacità non è più sufficiente senza interventi strutturali sulla competitività?
Assolutamente sì. Le aziende hanno sostanzialmente già fatto tutto ciò che era nelle loro possibilità. Quello che manca oggi è un progetto di fondo capace di rilanciare realmente la competitività della manifattura e, soprattutto, di offrire un quadro sufficientemente stabile e prevedibile sul quale impostare programmazione e investimenti. Le imprese continueranno certamente a reagire, ma c'è un elemento che non possiamo più ignorare: le marginalità si sono ridotte a livelli tali da limitare concretamente la capacità di investimento. La volontà può esserci, ma se viene meno la disponibilità economico-finanziaria per investire, il problema diventa strutturale e finisce per compromettere la possibilità stessa di crescita di interi segmenti della filiera.
Un altro elemento anomalo dell'attuale scenario è il disallineamento tra prezzi e domanda: i costi continuano a crescere mentre i consumi restano deboli. Quanto pesa questo fenomeno sulle decisioni delle imprese?
È uno degli aspetti più preoccupanti. Tradizionalmente, un mercato con prezzi in crescita è accompagnato da una domanda altrettanto dinamica. Pensiamo, ad esempio, ai metalli quotati al London Metal Exchange: normalmente l'aumento delle quotazioni riflette anche una maggiore richiesta sottostante.
Oggi, invece, le due dinamiche si sono disaccoppiate. I costi aumentano mentre la domanda si impoverisce, e questo modifica profondamente le aspettative delle aziende. Quando i prezzi crescono senza essere sostenuti dai consumi, diventa molto più difficile trasferire gli aumenti a valle, difendere i margini e, soprattutto, avere sufficiente fiducia per pianificare nuovi investimenti.
La diversificazione degli approvvigionamenti viene spesso indicata come una delle risposte alla crescente instabilità geopolitica. Ma tra costi logistici, tempi più lunghi e nuovi vincoli normativi, fino a che punto rappresenta davvero una soluzione?
Stiamo entrando in una fase di progressiva regionalizzazione dei mercati, con supply chain che tendono sempre più a svilupparsi all'interno di determinate aree geografiche. Ma le imprese che rappresentiamo avevano già fatto un enorme lavoro di diversificazione, costruendo negli anni rapporti solidi con fornitori e partner anche molto lontani dal mercato europeo. Il problema oggi non è tanto trovare nuove fonti di approvvigionamento, quanto riuscire a renderle economicamente sostenibili. Da una parte chiediamo alle aziende di diversificare; dall'altra, strumenti come CBAM e salvaguardia restringono concretamente le possibilità di farlo. Ci si trova così di fronte a contingenti insufficienti, costi elevati, una logistica sempre più cara e lead time più lunghi, il tutto in un mercato che presenta già una domanda debole. La diversificazione può quindi aumentare la resilienza, ma se non è accompagnata da condizioni competitive adeguate rischia di trasformarsi in un ulteriore costo.
L'accesso al rottame ferroso è diventato un tema strategico per la decarbonizzazione della siderurgia europea. Come valuta l'ipotesi di nuove restrizioni alle esportazioni verso i Paesi non OCSE? Potrebbero aumentare la disponibilità di materia prima per le acciaierie europee?
A mio avviso no, perché il materiale che oggi esportiamo non viene sottratto alla domanda europea: è materiale che il mercato interno non assorbe. In Europa raccogliamo quasi 100 milioni di tonnellate di rottame e ne utilizziamo, per quanto riguarda il ferroso, circa 78-79 milioni.
Limitare le esportazioni verso i Paesi non OCSE non significa automaticamente creare nuova domanda interna. Il rischio, al contrario, è quello di ridurre il valore del materiale e quindi anche l'incentivo alla raccolta. Alcune qualità potrebbero non essere più economicamente convenienti da recuperare e processare.
Questo sarebbe un passo indietro molto serio. L'Europa ha costruito negli anni un sistema estremamente efficiente di raccolta, selezione e riciclo, che rappresenta uno degli esempi più concreti di economia circolare. Limitare gli sbocchi commerciali senza che esista una domanda interna sufficiente rischia di indebolire proprio quel sistema che abbiamo costruito nel tempo. Ed è proprio questo il punto: le imprese devono continuare ad assumersi la responsabilità di costruire il proprio futuro, ma devono anche essere messe nelle condizioni di farlo. Se si indeboliscono i meccanismi che sostengono la raccolta, il riciclo e, più in generale, la competitività della filiera, diventa sempre più difficile tradurre questa responsabilità in investimenti e crescita.
Serve quindi un quadro economico e regolatorio che restituisca alle aziende visibilità e consenta loro di programmare e investire con maggiore fiducia.