Sudafrica: il settore rischia il collasso mentre ArcelorMittal interrompe le attività

mercoledì, 10 settembre 2025 10:36:17 (GMT+3)   |   Istanbul

La South African Federation of Trade Unions (SAFTU) ha condannato la decisione di ArcelorMittal South Africa (AMSA) di interrompere le proprie attività nel comparto dei prodotti lunghi presso gli stabilimenti di Newcastle e Vereeniging, mettendo allo stesso tempo a rischio il futuro del sito di Vanderbijlpark. Secondo il sindacato, queste chiusure avranno un impatto devastante su lavoratori e comunità locali, accelerando il collasso della base produttiva siderurgica e manifatturiera del Paese.

Dal 1990 a Vanderbijlpark sono già andati persi 10.000 posti di lavoro. Le nuove chiusure comporteranno l’eliminazione diretta di altri 4.000 posti, mentre decine di migliaia di occupazioni sono minacciate nei settori a valle come automotive e costruzioni.

Sussidi inefficaci a evitare la chiusura

Nonostante negli ultimi 18 mesi AMSA abbia ricevuto 3,4 miliardi di rand (194,6 milioni di dollari) di fondi pubblici, tra cui prestiti dell’Industrial Development Corporation (IDC), contributi salariali e tariffe agevolate sull’energia, l’azienda ha deciso comunque di fermare gli impianti.

Sostegno IDC: 1 miliardo di rand a giugno 2024, 380 milioni di rand (21,74 milioni di dollari) a inizio 2025 e 1,68 miliardi di rand (96,16 milioni di dollari) a marzo 2025.

Contributi salariali tramite Unemployment Insurance Fund/Temporary Employee Relief Scheme: 417 milioni di rand (23,88 milioni di dollari).

Tariffe elettriche agevolate concesse dal regolatore nazionale NERSA, nonostante il parere contrario del fornitore Eskom.

SAFTU ha accusato AMSA di «saccheggio aziendale», sostenendo che i sussidi abbiano favorito dirigenti e azionisti esteri invece di salvaguardare l’occupazione. Nel mirino anche l’amministratore delegato Kobus Verster, che secondo il sindacato percepisce oltre 20 milioni di rand l’anno (1,14 milioni di dollari), accusato di privilegiare i profitti rispetto ai lavoratori.

Conseguenze industriali e nazionali

Le chiusure rischiano di cancellare l’ultima capacità di produzione integrata di acciaio al carbonio del Sudafrica, rendendo il Paese dipendente dalle importazioni e più vulnerabile alle manipolazioni del mercato globale.

La chiusura di Newcastle potrebbe mettere a rischio 60.000-80.000 posti a valle.

Le filiere automotive potrebbero perdere 13.000 posti.

La quota del manifatturiero sul PIL è già scesa dal 20% del 1994 all’attuale 11-13%, con 430.000 posti di lavoro persi nelle fabbriche dal 2008.

Pressioni del commercio globale

Il Sudafrica deve inoltre fronteggiare la sovraccapacità globale di acciaio, il dumping cinese e i dazi al 50% introdotti da Trump su acciaio e alluminio, che hanno dirottato forniture verso mercati più deboli. SAFTU ha criticato il governo Ramaphosa per non aver costruito una strategia difensiva condivisa a livello BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti).

Le richieste di SAFTU

Il sindacato ha definito la situazione un’emergenza nazionale e avanza le seguenti richieste:

  • Rinazionalizzazione di AMSA con un modello di co-proprietà tra Stato e lavoratori.
  • Imposte all’export e obblighi di valorizzazione locale su cromo, minerale di ferro e altre materie prime.
  • Applicazione di dazi antidumping rigorosi.
  • Piano di reindustrializzazione nazionale guidato da investimenti pubblici per acciaio, ferrovie, porti ed energia.
  • Pacchetto di salvataggio per i posti di lavoro a Newcastle, Vereeniging e Vanderbijlpark.
  • Destinazione dei 248 miliardi di rand (14,2 miliardi di dollari) del Just Energy Transition Partnership (JETP) alla protezione dell’occupazione industriale.

SAFTU ha sottolineato che la battaglia non riguarda solo l’acciaio, ma la sovranità, i posti di lavoro e il futuro industriale del Sudafrica.


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