ICT International: le politiche siderurgiche dell’UE rischiano di compromettere la base industriale europea

lunedì, 13 luglio 2026 15:36:00 (GMT+3)   |   Istanbul

Secondo Gianluca Gennari, amministratore della società di consulenza italiana ICT International and Trading Company, ogni imprenditore europeo dovrebbe chiedersi se l’Europa intenda realmente proteggere la propria base industriale oppure se stia, al contrario, accelerandone il declino. Negli ultimi anni, sostiene Gennari, la Commissione europea ha introdotto un quadro sempre più complesso di normative ambientali, restrizioni commerciali e meccanismi di conformità, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sostenibilità e tutelare l’industria siderurgica europea.

Secondo il manager, tuttavia, il risultato è stato opposto. Dopo l’introduzione del Green Deal, dell’acciaio verde, delle imposte sulle materie prime, delle misure di salvaguardia, delle quote all’importazione e, infine, del Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), sarebbero state adottate politiche senza una sufficiente comprensione del funzionamento del mercato siderurgico e delle esigenze dell’ampia filiera manifatturiera europea.

CBAM: una carbon tax senza regole chiare

Secondo Gennari, il CBAM rappresenta l’ultimo esempio di quella che definisce una politica industriale frammentata da parte di Bruxelles. Il manager ricorda che l’Unione europea aveva riconosciuto nel 2025 che i valori di riferimento definitivi necessari per calcolare i costi del CBAM non sarebbero stati disponibili prima dell’inizio del 2026, costringendo le aziende a prendere decisioni di acquisto senza conoscere il futuro costo delle importazioni. Sebbene tali valori siano stati successivamente pubblicati, Gennari ritiene che rimangano troppo elevati per poter essere utilizzati concretamente nelle decisioni commerciali, lasciando i consumatori di acciaio dipendenti dai dati sulle emissioni dichiarati dai produttori siderurgici.

Il manager evidenzia inoltre che tali emissioni dovranno essere verificate da organismi di certificazione accreditati dall’UE, i quali però non sono ancora stati designati e potrebbero non esserlo prima della metà del 2027. Secondo Gennari, ciò significa che le aziende avranno acquistato acciaio per circa 18 mesi senza conoscere il reale costo normativo associato. A suo avviso, l’oscillazione del prezzo dei certificati di carbonio, l’incertezza della metodologia di calcolo, l’incompletezza del sistema di certificazione e l’obbligo per gli importatori di accantonare risorse finanziarie per obblighi che non possono ancora essere determinati con precisione creano condizioni incompatibili con un’efficiente attività d’impresa.

Quote all’importazione: un settore paralizzato dall’incertezza normativa

Secondo Gennari, la situazione è stata ulteriormente aggravata dal nuovo sistema delle quote di salvaguardia all’importazione. Le aziende europee, afferma, hanno dovuto attendere per mesi di conoscere i volumi disponibili, le modalità di assegnazione delle quote, la data di entrata in vigore del nuovo sistema, l’eventuale redistribuzione delle quote precedentemente assegnate a Russia e Bielorussia e l’introduzione delle quote specifiche per Paese (CSQ). Tutte queste questioni, sottolinea, hanno trovato risposta soltanto il 30 giugno 2026, appena un giorno prima dell’entrata in vigore delle nuove regole.

In un settore caratterizzato da lunghi cicli produttivi e da decisioni di acquisto pianificate con mesi di anticipo, tale incertezza normativa avrebbe inevitabilmente provocato una paralisi commerciale. Durante il secondo trimestre del 2026, molte aziende della filiera siderurgica italiana avrebbero registrato un calo dei volumi d’affari fino al 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, rinviando gli acquisti, rallentando la produzione, posticipando gli investimenti e continuando a ridurre le scorte senza reintegrarle. Secondo Gennari, questa situazione non sarebbe stata determinata dai fondamentali di mercato, bensì dall’incertezza regolatoria generata dalle istituzioni europee.

Bruxelles continua a non comprendere la natura dell’industria europea

Per Gennari, l’errore di fondo è culturale prima ancora che economico. L’Europa, osserva, non è una potenza mineraria né energetica e non può contare sull’abbondanza di materie prime domestiche come Stati Uniti, Cina, India o Russia. La sua forza risiede invece nell’essere una piattaforma manifatturiera di livello mondiale, la cui prosperità dipende da migliaia di imprese che trasformano, lavorano e valorizzano i prodotti siderurgici, generando occupazione, innovazione e competitività. Secondo il manager, Bruxelles continua però a considerare coils e semilavorati importati come una minaccia, trascurando il fatto che tali materiali consentono all’industria manifatturiera europea di rimanere competitiva sui mercati internazionali.

I numeri che non si vogliono vedere

Gennari ricorda che la siderurgia primaria europea impiega circa 300.000 addetti, mentre le industrie di trasformazione e lavorazione dell’acciaio danno lavoro a quasi tre milioni di persone. A suo giudizio, questi dati dimostrano chiaramente dove risiedano i reali interessi strategici dell’Europa. Proteggere esclusivamente la produzione primaria penalizzando le aziende utilizzatrici di acciaio rischia infatti di indebolire milioni di posti di lavoro, migliaia di piccole e medie imprese e uno dei principali pilastri della manifattura europea.

La vera minaccia non sono i semilavorati

Secondo Gennari, coils e semilavorati importati non rappresentano il vero problema, poiché alimentano la produzione delle fabbriche europee. La concorrenza realmente sleale, sostiene, proviene invece dai prodotti finiti ad alta intensità di acciaio importati da Paesi extra-UE, che continuano a entrare sul mercato europeo con restrizioni relativamente limitate, sostituendo la produzione manifatturiera europea ed esercitando pressioni al ribasso sui prezzi. È su questo fronte, secondo il manager, che dovrebbero concentrarsi gli interventi normativi.

Le soluzioni proposte da ICT

Secondo Gennari, la filiera siderurgica europea non chiede protezionismo né trattamenti privilegiati, ma regole chiare, prevedibili e coerenti. Tra le priorità indicate figurano quote d’importazione realistiche e basate sull’effettiva domanda di mercato, regole definitive e tempestive sul CBAM, controlli più rigorosi e adeguate restrizioni sulle importazioni di prodotti finiti ad alta intensità di acciaio provenienti da Paesi terzi, oltre a un dialogo continuo tra decisori politici e rappresentanti dell’industria.

Il rischio di un suicidio industriale

Gennari conclude sostenendo che l’Europa continua a presentarsi come leader mondiale nelle politiche climatiche mentre perde progressivamente competitività, investimenti e capacità industriale. «L’industria ha bisogno di pianificazione, la pianificazione richiede certezza e l’incertezza genera paura, paralisi e declino», afferma il manager. A suo giudizio, la crisi che sta attraversando il settore siderurgico europeo è ormai una vera emergenza industriale e la domanda fondamentale non è più se l’industria europea sarà in grado di adattarsi alle nuove normative, bensì se, quando l’Europa avrà finalmente definito regole chiare, esisterà ancora un’industria da proteggere.

DemetKazdal
Demet Kazdal
Editore

Dopo essermi laureata all’Università del Bosforo in Lingua e Letteratura Inglese ho trascorso gli ultimi 15 anni sviluppando una profonda esperienza nel settore dell’acciaio. In SteelOrbis ricopro il ruolo di Head of Content Department. Scrivo e curo notizie e report completi sui mercati dell’acciaio, con focus sul mercato turco e sulle dinamiche del mercato globale.


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