A seguito di un aumento delle vendite all’estero delle billette causato dalla debolezza del mercato locale, da ieri, 26 febbraio, sul mercato cinese si è parlato della possibile introduzione di un dazio o di un divieto all’esportazione di prodotti semilavorati.
Al momento la notizia non è ancora stata confermata da fonti ufficiali, ma le voci circolano e il governo ha iniziato a effettuare verifiche. «Per ora le autorità stanno solo cercando di capire per quale motivo le acciaierie preferiscono esportare le billette anziché i prodotti finiti», ha dichiarato un grosso trader cinese. Secondo le fonti, nell’ultima settimana sono state vendute tra le 80.000 e le 100.000 tonnellate di billette cinesi ad acquirenti sul mercato asiatico.
«Queste voci si sentono spesso», ha affermato una fonte di Singapore. «Tornano ogni volta che la Cina è attiva sul mercato». La notizia è arrivata anche a un altro trader di Singapore, il quale però ha affermato che le esportazioni di billette dalla Cina vengono regolamentate meglio dal mercato locale che da presunte restrizioni governative. «Oggi i futures sono al rialzo e i prezzi spot seguono lentamente, perciò spero che il materiale cinese [billette] partirà in tempo [dal mercato export]», ha dichiarato il trader.
Tuttavia, fonti di mercato ritengono che le possibili conseguenze dell’indagine sulle esportazioni di semilavorati saranno relative alle bramme, e non alle billette. «Penso che la questione principale sia legata al fatto che le bramme, non essendo soggette ad antidumping, possono essere esportate direttamente in Europa», ha dichiarato una fonte. «Allo stesso tempo, il prodotto finito può essere venduto solo all’Asia e al Medio Oriente dove i prezzi sono relativamente bassi... Se esiste una politica di limitazione all’export di semilavorati, andrà a toccare le bramme, non le billette». Secondo le stime di SteelOrbis Research, l’anno scorso la Cina ha esportato circa 600.000 t di billette in Europa, in aumento di più del 50% rispetto al 2022. La quota della Cina sul mercato import delle bramme in Europa, invece, è salita a più dell’11%.